Il Salento ha dato al mondo del teatro e del cinema italiano un artista che, seppur non sempre al centro della scena, ha saputo lasciare un’impronta indelebile con la sua abilità di caratterista. Pietro Carloni, nato a Taurisano il 28 ottobre 1896, ha vissuto il grande Novecento del teatro e del cinema italiano, alternando il suo talento con la sua famiglia e i suoi amici.
La sua infanzia è stata segnata dalla passione per il teatro, grazie alla sua famiglia di teatranti che ben presto si trasferiranno a Napoli, città che avrebbe definito artisticamente il giovane Pietrog. In quella Napoli popolare, umorale e teatrale per natura, Carloni impara il mestiere osservando le compagnie itineranti e respirando la disciplina degli attori di inizio Novecento.
Il suo debutto avviene giovanissimo, formandosi nella compagnia di Ernesto Murolo, prima di essere scritturato da Francesco Corbinici, uno dei capocomici più noti dell’epoca. Fu proprio in quegli anni che avvenne l’incontro destinato a segnare la sua vita privata e professionale, quello con Titina De Filippo.
Titina grande attrice e presenza magnetica del teatro napoletano, che passava dalla comicità alla malinconia con una naturalezza quasi dolorosa, colpì il cuore del giovane Pietro e nel 1922 si giurarono amore eterno. Dalla loro unione nacque Augusto, unico figlio della coppia e un sodalizio artistico fatto di scena condivisa, tournée e complicità professionale.
Entrare nella famiglia De Filippo significava entrare nel vero teatro italiano del Novecento, eppure, nonostante Carloni fosse cognato di Eduardo e Peppino De Filippo, il suo ruolo non fu mai quello del “parente di”, perché seppe guadagnarsi il posto nella compagnia grazie alla sua straordinaria affidabilità, tipica di un artista che non amava primeggiare, ma cercava con successo di mantenere la scena, lavorando in squadra.
Quando la compagnia del Teatro Umoristico dei De Filippo si sciolse nel 1944, Carloni continuò a collaborare soprattutto con Eduardo e da lì, al cinema il passo fu breve, infatti partecipò a decine di film diventati oggi grandi classici che attraversano il neorealismo, la commedia all’italiana e il cinema popolare degli anni ’50 e ’60.
Lo si vede in Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo, in Guardie e ladri con Totò e Aldo Fabrizi, in Peccato che sia una canaglia di Alessandro Blasetti e persino in C’era una volta di Francesco Rosi con Sophia Loren e Omar Sharif. Appariva spesso in ruoli di funzionari, giudici, commissari, piccoli borghesi o uomini d’apparato: figure apparentemente secondarie che lui riusciva a rendere credibili senza caricature.
Particolarmente significativa fu la collaborazione con Totò, che amava lavorare con attori che sapevano tenere il ritmo senza sovrapporsi alla sua comicità.
La morte della sua amata Titina De Filippo, avvenuta nel dicembre del 1963, lo colpì profondamente, continuò a lavorare, ma con un’ombra addosso. Morì a Roma il 3 agosto 1968, cinque anni dopo la scomparsa della moglie e oggi riposa accanto a lei nel cimitero di Manziana.



