Il cinema italiano e la crisi dell’azione
Il cinema italiano ha sempre avuto una forte tradizione di rappresentare la vita quotidiana e i personaggi che la popolano. Tuttavia, negli anni, si è assistito a una crisi dell’azione, che ha portato a una maggiore enfasi sullo stato di quiete e sulla contemplazione. Questo cambiamento è stato osservato da Luca Bandirali, che ha parlato di un punto di svolta nel cinema italiano, in cui il personaggio smette di essere motore e diventa superficie attraversata.
La crisi dell’azione è iniziata con il neorealismo, che ha introdotto un nuovo modo di raccontare la vita quotidiana, focalizzandosi sulle storie di persone comuni e sulla loro esperienza della realtà. In film come “Ladri di biciclette”, ad esempio, la ricerca è un’illusione narrativa, un filo che si spezza quasi subito. Il padre e il figlio camminano dentro Roma senza lasciarvi traccia, la rincorsa finisce prima di cominciare davvero.
Da quella frattura nasce la commedia all’italiana, che alleggerisce senza curare. Il fallimento diventa episodio, il vuoto si traveste da coincidenza. Si ride, ma è una risata che conosce il peso delle cose perdute.
Negli anni Sessanta, quel peso riaffiora. In “Il sorpasso” si corre fino a sparire, come se la velocità fosse un modo per non guardare. In “Io la conoscevo bene”, la vita scivola sulla superficie dei giorni: gesti, musica, attese — e sotto, un silenzio compatto, irriducibile.
Con Moretti e Verdone, l’inazione diventa cosciente, quasi una postura. Si parla per non decidere, si ironizza per restare immobili. I personaggi esitano, si mettono in scena, rimandano. Non partono mai davvero — o partono per Ladispoli e restano comunque fermi, come se ogni direzione coincidesse con un ritorno.
Il cinema italiano ha tolto al personaggio la sua forza per restituirgli una presenza più fragile e più esatta: non chi cambia il mondo, ma chi lo attraversa, anche quando il mondo non risponde.
Fonte: https://www.corrieresalentino.it/2026/04/agire-o-non-agire-il-cinema-come-forma-del-vuoto/


