La diagnosi radiologica: un atto complesso da non ridurre alla velocità

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La diagnosi radiologica: un atto complesso da non ridurre alla velocità

La dottoressa Maria Luisa Calabrese, radiologa di lungo corso e contitolare del Poliambulatorio Calabrese di Cavallino, riflette sull’evoluzione della medicina diagnostica per immagini e mette in guardia pazienti e operatori sanitari da una deriva sempre più diffusa: quella dei “risultati facili e veloci”, spesso scambiati per efficienza ma non sempre sinonimo di qualità.

“L’ammalato è e resta il centro focale dell’indagine radiologica, finalizzata al benessere dell’ammalato stesso”. Un principio che affonda le radici negli insegnamenti del professor Umberto Nuvoli, padre della radiologia italiana, che già negli anni ’40 chiariva come l’esame radiologico non avesse valore se non inserito in un contesto clinico preciso, guidato da un quesito diagnostico e da una reale appropriatezza prescrittiva.

La pressione della società contemporanea, dominata dalla velocità e dall’immediatezza, contribuisce ad alimentare aspettative irrealistiche. “Tutto deve essere fast”, ma la medicina non può e non deve piegarsi a questa logica. Il corpo umano non è un’applicazione, né la lettura di una TAC, di una risonanza magnetica o di una radiografia può essere ridotta a un processo automatico.

La dottoressa Calabrese racconta un caso emblematico: un paziente, in preda al panico, si era presentato per un approfondimento dopo una TAC torace eseguita altrove. Il referto parlava di una “neoformazione solida” nel polmone sinistro, con indicazione chirurgica per asportazione e successiva analisi istologica. Un quadro allarmante. Ma osservando attentamente le immagini e parlando con il paziente, la radiologa scopre un dettaglio decisivo: l’assenza della milza, rimossa anni prima per un trauma. Quel nodulo era in realtà un focolaio di splenosi, un impianto benigno di tessuto splenico. Nessun tumore, nessun intervento necessario.

“Non è stato un miracolo, ma il risultato di un ragionamento clinico applicato alle immagini. Un esempio concreto di quanto sia fondamentale il tempo dedicato all’analisi e al confronto con il paziente. Perché una stessa immagine può nascondere decine di possibili diagnosi, molte delle quali benigne”.

Il rischio, invece, è quello di produrre referti sbrigativi, pieni di formule vaghe come “potrebbe essere” o “verosimilmente”, spesso dettati più da esigenze di tutela medico-legale che da una reale volontà di chiarezza. Referti che non aiutano né il paziente né il medico curante, e che possono generare ulteriori esami, ansia e spreco di risorse.

La radiologa insiste anche sull’importanza del confronto con gli esami precedenti, soprattutto in ambito senologico: la vera prevenzione si gioca sulla capacità di cogliere minime variazioni nel tempo, non sulla semplice individuazione di noduli già evidenti.

Nel centro radiologico di Cavallino, dove Calabrese lavora insieme al fratello Ruggiero, questa filosofia resta un punto fermo: centralità del paziente, attenzione clinica e rispetto dei tempi necessari per una diagnosi accurata. Una tradizione che affonda le radici in una scuola già moderna negli anni ’40 e che continua a opporsi alla tentazione della medicina “istantanea”.

“Perché, conclude la radiologa, il referto non è un prodotto da consegnare in fretta, ma un atto medico complesso, un ponte tra paziente e specialisti. E senza interpretazione, senza correlazione clinica, resta solo un documento vuoto”.

Fonte: https://www.corrieresalentino.it/2026/05/diagnosi-non-e-velocita-il-monito-della-dottoressa-maria-luisa-calabrese-contro-il-mito-del-referto-subito/