La scuola di Lecce si è fatta teatro di un evento significativo, un varco aperto per ricordare e imparare. Il Liceo Banzi ha ospitato una cerimonia che non ha celebrato la memoria come un rito, ma come un impegno. La scelta è stata quella di non limitarsi a commemorare, ma di lavorare per creare un cambiamento. La memoria è stata chiamata a farsi inquietudine, scelta, perfino fatica. Le parole della dirigente scolastica hanno tracciato il perimetro di questa esigenza: non c’è legalità che possa vivere nei grandi discorsi se muore nei piccoli gesti, non c’è cultura della giustizia che possa attecchire se si tollera, ogni giorno, la corrosione lenta del disordine, dell’indifferenza, del disimpegno.
La cerimonia ha visto la partecipazione di studenti, docenti e autorità locali. I ragazzi hanno preso il centro della scena, dando voce a chi non può più parlare, restituendo carne e destino a nomi che il tempo e l’abitudine rischiano di consumare. Non è stata semplice rappresentazione, ma un atto di immedesimazione profonda: giovani voci che si sono fatte voce di altri giovani, esistenze sospese che per un istante hanno ripreso a respirare attraverso corpi vivi, sguardi esitanti, parole tremanti e necessarie.
La memoria si è fatta presenza, la distanza si è fatta prossimità, e il dolore ha smesso di essere racconto per diventare esperienza condivisa. In quel momento la distanza tra passato e presente si è accorciata, e si è capito che la mafia non è una storia lontana, ma una possibilità sempre in agguato, un’ombra che si nutre di silenzi, di rinunce, di piccoli tradimenti quotidiani.
Fonte: https://www.corrieresalentino.it/2026/03/la-memoria-che-obbliga/


